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Almostblue58

Utente: almostblue58
Nome: Sebastiano Gulisano
Siciliano, anzi jonico-etneo trapiantato a Roma. Cane sciolto, curioso, giornalista per passione civile (ma questa non è una testata giornalistica - e si vede). Disadattato, ché mi pare che di civile in giro ci sia sempre meno. Sognatore: cioè fesso.

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giovedì, 08 maggio 2008
Peppino Impastato, 30 anni dopo

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(clicca per ascoltare Versi per la libertà di Pippo Pollina)





Domani sono tren'anni che la mafia ha ha ammazzato Peppino Impastato, militante comunista e antimafioso di Cinisi (Palermo). Fino a dieci anni fa, i mandanti e gli esecutori dell'omicidio erano "Notissimi ignoti", come li avevano etichettati i suoi amici in un dettagliato dossier, subito dopo l'assassinio. E quello di Peppino era uno dei tanti nomi noti solo a pochi amici e militanti. Poi, dieci anni fa, la svolta: pentiti, Commissione Antimafia, processi e condanne, persino un film (I cento passi) gli hanno reso giustizia e lo hanno trasformato da "terrorista suicida" in eroe dell'antimafia.



Più tardi parto, vado a Cinisi. Prima di partire, però, voglio interrompere il lungo silenzio per ricordare Peppino. Lo faccio con un mio scritto di oltre sette anni fa (nella parte conclusiva la datazione è evidente).



Spero, al ritorno, di riprendere a scrivere - e a leggervi - con una certa regolarità. Ché 'sto blog mi manca. Ché voi mi mancare.







* * * * *










"L'Impastato, dopo avere riflettuto ancora una volta su quello che egli stesso aveva definito un fallimento, progetta ed attua l'attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte ad un fatto eclatante". E' il 10 maggio 1978 quando il maggiore Antonio Subranni, comandante del reparto operativo del gruppo carabinieri di Palermo, consegna al sostituto procuratore di Palermo Domenico Signorino il primo rapporto sulla morte di Giuseppe Impastato, militante antimafioso e candidato di Democrazia proletaria nelle elezioni comunali del 14 maggio.



Il corpo di Impastato è ritrovato a brandelli, sparsi nel raggio di trecento metri, lungo i binari della ferrovia Palermo-Trapani, nei pressi di Cinisi, la notte tra l'8 e il 9 maggio, disintegrato dallo scoppio di circa cinque chili di esplosivo del tipo usato nelle cave. Alcune ore dopo, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, a Roma, le Brigate rosse fanno ritrovare il cadavere di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana.



Giuseppe Impastato, che tutti chiamano Peppino, nasce a Cinisi, nel Palermitano, nel 1948. La sua è una famiglia mafiosa: il padre, Luigi, è "uomo d'onore"; lo zio Cesare Manzella è il capomafia del paese. Manzella lo ammazzano nel '63 con una Giulietta al tritolo, la prima autobomba nelle cronache di Cosa Nostra.



Peppino fin da ragazzo impara a contestare e contrastare quel mondo, fino a dichiarargli apertamente guerra. Dal primo foglio ciclostilato, L'Idea socialista, del 1965, a Radio Aut, l'emittente nata nel 1977, l'impegno di Impastato e dei suoi compagni è indirizzato a denunciare la mafia, la mala amministrazione, le speculazioni urbanistiche e i traffici di droga che passano per l'aeroporto di Punta Raisi. Se nell'Idea socialista "la mafia è merda", su Radio Aut, diventa un soggetto criminale che ha relazioni con la politica e con l'imprenditoria. Con tanto di nomi e cognomi, camuffati ma riconoscibili.



"L'impegno civile e politico di Peppino nasce come giornalista e si conclude come giornalista", racconta allo scrittore Luciano Mirone Giovanni Impastato, fratello minore di Giuseppe. Un impegno che, vent'anni dopo la morte, gli è riconosciuto anche dall'Ordine siciliano dei giornalisti, che lo iscrive ad honorem all'albo dei professionisti. L'apice dell'impegno giornalistico Peppino lo tocca con Onda pazza, programma del venerdì di Radio Aut: Cinisi diventa Mafiopoli, il boss Gaetano Badalamenti Tano Seduto ("viso pallido, esperto di lupara e di eroina"), corso Umberto I si trasforma in corso Luciano Liggio, il sindaco Gero Di Stefano (Dc) in Geronimo, il vicesindaco Franco Maniaci (Pci) diventa Maneschi, l'imprenditore Giuseppe Finazzo don Peppino Percialino (è proprietario di una cava)…



Badalamenti (e non solo lui) però non gradisce di essere deriso in pubblico e meno che mai che i suoi traffici, legali o illegali, siano spiattellati ai quattro venti. Lo dice apertamente a Luigi Impastato, che lo confessa a dei parenti, durante un viaggio negli Usa, aggiungendo: "Prima di uccidere Peppino, però, dovranno uccidere me". Una sera di settembre del 1977 Luigi Impastato viene misteriosamente travolto da un'automobile. Otto mesi dopo tocca al giovane ribelle.



Le conclusioni del maggiore Subranni prendono le mosse da un manoscritto di Peppino di quindici mesi prima, rinvenuto da un investigatore durante una perquisizione, il 9 maggio: "Proclamo pubblicamente il mio fallimento come uomo e come rivoluzionario - si legge in quella pagina -. Non voglio funerali di alcun genere, dal punto di morte all'obitorio. Gradirei tanto di essere cremato e che le mie ceneri venissero gettate in una pubblica latrina della città, dove piscia più gente. Addio. Giuseppe". A questo punto i carabinieri non si preoccupano più di cercare i pezzi di Peppino sparsi lungo la ferrovia. Il macabro lavoro lo completano gli amici della vittima: riempiono tre buste di plastica con i resti lasciati dai militari. In un casolare diroccato poco distante dai binari, inoltre, scoprono dei sassi macchiati di sangue. Le analisi accertano che quel sangue è di Impastato. Il che vuol dire che Peppino non si è suicidato ma che qualcuno lo ha ucciso (o stordito) in quella casa diroccata e poi lo ha trascinato sui binari simulando un attentato-suicidio.







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Un dettagliato esposto viene inviato da compagni e familiari di Impastato al sostituto Signorino, il quale incarica i carabinieri di investigare. Gli uomini del maggiore Subranni indagano: sugli estensori dell'esposto, non sul contenuto. E il 30 maggio l'ufficiale redige un altro rapporto in cui ribadisce la convinzione che Peppino "si sia suicidato compiendo scientemente un attentato terroristico".



    Nel maggio del 1984, il giudice istruttore Antonino Caponnetto non esita a bollare le prime indagini come un "depistaggio" e a indicare le cause della morte di Impastato "nella sua battaglia contro la mafia e i mafiosi di Cinisi". Mandanti ed esecutori dell'omicidio, però, restano ufficialmente ignoti. "Notissimi ignoti", secondo gli esponenti del Centro di documentazione sulla mafia intitolato a Giuseppe Impastato, che producono un dossier - "Notissimi ignoti", appunto - in cui accusano Badalamenti dell'assassinio.



L'11 novembre 1999, davanti alla Commissione parlamentare antimafia che indaga sul "caso Impastato", chiamato a rispondere del "depistaggio" di ventun'anni prima, Subranni, che nel frattempo è andato in pensione col grado di generale, si giustifica così: "Era il clima, era un incidente, era il sequestro Moro, era l'eversione…".



Intanto parlano i collaboratori di giustizia. Il primo è Salvatore Palazzolo, che indica in Tano Badalamenti e nel suo vice, Vito Palazzolo, i mandanti dell'omicidio. Il pentito fa anche il nome dei tre presunti esecutori, che però sono morti da tempo. Altri collaboranti rilasciano ai magistrati di Palermo dichiarazioni che combaciano con quelle di Palazzolo e nel novembre del 1997 vengono emessi due ordini di custodia cautelare a carico dei due boss ottantenni. Il 5 marzo 2001 arriva anche la prima sentenza: la corte d'Assise di Palermo condanna Vito Palazzolo a 30 anni di prigione; evita l'ergastolo grazie alla scelta del rito abbreviato.



"Ora aspetto la condanna di Badalamenti e poi posso anche morire": Felicia Bartolotta Impastato, la madre di Peppino, ha 85 anni e da 23 indica il boss di Cinisi come l'assassino del figlio. Badalamenti, che sta scontando 45 anni di carcere in una prigione del New Jersey, per traffico internazionale di stupefacenti, viene giudicato con il rito ordinario. La sentenza è attesa per l'inizio dell'estate.



Peppino ormai è un eroe dell'antimafia, come Dalla Chiesa, come Falcone, come Borsellino. Un merito che va ascritto principalmente al film I cento passi, che ne racconta la breve vita. Una pellicola che ha appassionato anche Bertrand Delanoe, il candidato socialista alla carica di sindaco di Parigi ne ha infatti organizzato una proiezione durante la propria campagna elettorale. A Cinisi, invece, c'è ancora chi teme il ricordo di Peppino Impastato. Lo scorso mese di settembre, qualcuno ha strappato tutti i manifesti che annunciavano il film in un cinema del paese. Un inutile tentativo di oscuramento: la sala straripava ugualmente di persone.



(marzo 2001)






Postato da: almostblue58 a maggio 08, 2008 12:34 | link | commenti |
giornalismo, antimafia, peppino impastato

domenica, 04 giugno 2006
Una sera d'estate, un giovanissimo sassofonista...

"Ebbene sì, lo confesso, ho suonato con Francesco Cafiso, ma quando l’ho raccontato in giro nessuno mi credeva: non credevano che fosse quello straordinario talento che oggi tutti riconoscono: è il nuovo Charlie Parker". Stefano Di Battista non si sottrae quando lo cerco per chiedergli un’intervista il cui filo conduttore è in quel rigo iniziale: "Ho suonato con Francesco Cafiso". L’intenzione, esplicita, era quella di stare in bilico tra il serio e il faceto. E non poteva essere altrimenti, visto che Di Battista è un sassofonista affermato come testimonia il fatto che nel 2001 il cd che porta il suo nome, Stefano Di Battista, è stato il l’album jazz più venduto in Europa.

Sono trascorsi quasi due anni da quell’intervista, pubblicata su Avvenimenti, e cinque da quando lo vidi suonare con Cafiso. Che non conoscevo. E che nemmeno lui conosceva. L’episodio m’è tornato in testa il mese scorso, quando la Repubblica e L’Espresso hanno pubblicato il settimo cd della collana “jazzitaliano – live 2006”, dedicato a Francesco Cafiso e al suo concerto di pochi mesi prima alla Casa del Jazz di Roma. Ma vuoi per la mancanza di tempo, vuoi perché mentre il disco era ancora in edicola me ne sono andato in Sicilia, questo post è rimasto nel cassetto delle intenzioni e solo ora lo sto tirando fuori.

Era la fine d’agosto del 2001 e con L, come di consueto, stavamo godendoci la nostra annuale vacanza siciliana: mare, sole, granite e musica. Avevo letto che quella sera, ad Acicastello, suonava Di Battista e abbiamo deciso di andare. Era all’aperto, gratis: una pedana sotto una parete di pietra lavica a pochi passi dal mare, un paio di centinaia di sedie e una lieve brezza che rendeva accettabile la temperatura. Trovammo posto in una delle prime file: ho la fissa di vedere da vicino i musicisti, vederne le mani, i movimenti, le espressioni; nel mio rapporto con la musica questa vicinanza fa la differenza tra i concerti e i dischi. Nei concerti cerco i suoni nei gesti. E i gesti nei suoni. Sulla pedana, con Di Battista, un quartetto di musicisti siciliani. Ricordo solo il contrabbassista, Nello Toscano, e il chitarrista, Giovanni Mazzarino; buio completo su pianista e batterista.

A un certo punto vedo aggirarsi tra la gente un ragazzone con un sassofono in mano, lo accompagna un uomo, forse il padre. M’incuriosisce. Il concerto comincia e quel ragazzo se ne sta ai margini della pedana, con la sua camicia dai colori sgargianti, i pantaloni corti, le ciabatte e il sax in mano. Dopo un’oretta di musica, Toscano s’avvicina a Di Battista e gli sussurra qualcosa all’orecchio, poi prende il microfono e annuncia: "Ci pare giunto il momento di fare conoscere un giovanissimo talento che finora abbiamo tenuto nascosto, si chiama Francesco Cafiso". E il ragazzone sale sul palco.

"Per me è stata una sorpresa assoluta", racconta Stefano Di Battista al quale quell’incontro è rimasto impresso anche per motivi non solo artistico-musicali. "È arrivato il padre, credo, o qualcuno a lui vicino chiedendo se poteva suonare. Sono cose che ai nostri concerti si possono verificare, i bambini talentuosi a volte chiedono di esibirsi, o sono i genitori che vogliono mettere in mostra le loro qualità. Ho pensato che fosse normale e ho accettato. Poi ho visto ’sto ragazzino che era la copia di mio fratello Mimmo, da piccolo. Quindi mi sono ritrovato con un coinvolgimento emotivo ancora prima che iniziasse a suonare. Lo guardo, con ’ste ciabattine e gli dico: ‘Sì, puoi suonare, aspetta la fine che poi ti chiamo’. Lui ha preso il sax e si è tenuto pronto fin dall’inizio, si è messo in un angolo e ogni volta che mi giravo a guardare il mare lo vedevo, lì, con le ciabattine e il sax pronto per l’uso. Quando arriva il momento, lo chiamo e, per metterlo a suo agio, gli chiedo di scegliere il pezzo che vuole fare. E lui: ‘Quello che vuoi’. ‘No, no, quello che vuoi tu’. Insomma ci mancava poco che litigassimo su chi doveva scegliere il brano da suonare. Finche abbiamo concordato uno standard, un classico, ma sinceramente non ricordo cosa suonammo. La cosa che ricordo è che cominciammo duettando: per metterlo a suo agio lo introduco - va’ a sapere che non ne aveva assolutamente bisogno - facendo delle note e lui me le rifà. E penso: ma guarda che carino, ’sto ragazzino, che fa queste note. E continuo facendole più difficili, e lui le rifà. Finché le faccio veramente difficili e con mio grande stupore, quasi preoccupante, lui continua a ripetere ciò che ho appena suonato e a quel punto lo lascio partire in un assolo. È stato un assolo incredibile anche per un adulto, dirompente, pieno di energia, stupefacente. Mai vista una cosa del genere, incredibile. Io l’ho raccontata così, com’era, ma la gente non mi credeva. Forse perché io sono sempre prodigo di complimenti con tutti e allora credevano che io fossi carino a prescindere. Insomma: ero poco credibile. Invece avevo ragione".

Ricordo la faccia stupita di Stefano mentre Francesco rifaceva quelle note con una naturalezza disarmante, da veterano; mi colpì quella sua espressione sorpresa e mi feci l’idea che, lui, di quel ragazzino (aveva appena 12 anni) non ne sapeva nulla. Come poi mi confermerà. Ero proprio contento, quella sera: sentivo di avere assistito a un prodigio.

Un anno dopo ritrovo Stefano Di Battista in una biblioteca romana, in occasione di un reading di racconti di scrittori italiani promosso dalla casa editrice e/o, gialli e noir su “Genova 2001” poi pubblicati da MicroMega. Stefano suonava tra un racconto e l’altro, a volte accompagnava qualche lettura. Alla fine m’avvicino, mi presento, cominciamo a chiacchierare e gli ricordo quello splendido duetto di Acicastello: "Un testimone! - ha cominciato a gridare, rivolgendosi ad alcuni suoi amici presenti - c’era anche lui, può testimoniare che non mi sono inventato nulla!". Nemmeno la moglie, Nicky Nicolai, nota cantante jazz, gli aveva creduto: "Ho dovuto passartela al telefono affinché glielo raccontassi", ricorda Di Battista, nell’intervista.

Nell’estate del 2004 Repubblica dedica un’intera pagina a quel giovanissimo talento del sax alto “scoperto” da Winton Marsalis e da molti indicato come “il nuovo Charlie Parker”. È allora che mi viene l’idea di cercare Stefano Di Battista e proporgli di raccontare, tra il serio e il faceto, quell’incontro di cui sono stato testimone; un evento che allora avevo vissuto come tale, anche se non potevo immaginare che di lì a pochi anni Francesco Cafiso avrebbe suonato con molti grandi del jazz, come un veterano, il più giovane “veterano” della storia del jazz.

Postato da: almostblue58 a giugno 04, 2006 18:24 | link | commenti (5) |
musica, storie, stefano di battista, francesco cafiso

lunedì, 06 marzo 2006
Ultramarine, omaggio a Yae e Lorena

La colonna sonora scelta per l’ultimo post nell’altro blogIl segreto, di Sebastiano Cognolato – mi ha riportato con la mente all’autore, che ho avuto la fortuna di conoscere, l’anno scorso, in quanto anche lui è stato un blogger, frequentatore di queste pagine, Yae.

Il suo blog, come egli stesso ricorda dell’ultimo post, è nato nel gennaio 2005 “per seguire i concerti di presentazione di ultramarine, un mio lavoro per pianoforte ispirato alle ultime poesie di raymond carver”. Eggià, ché Cognolato, prima ancora di essere un blogger è compositore raffinato, giovane e già affermato autore di musica contemporanea. Ho avuto la fortuna di ascoltare un paio di volte dal vivo il suo Ultramarine, nell’esecuzione di Lorena Portalupi, splendida pianista, e ne sono rimasto affascinato ed emozionato.


Il brano che più mi ha emozionato si chiama Tu boca, quarta traccia del cd, il cui ascolto ogni volta mi regala nuove emozioni. Ho anche provato a tradurle in parole, quelle emozioni, e ne è nato un post, scritto dopo il concerto romano del 10 maggio 2005 alla libreria Bibli, in cui ho usato i titoli di tutti i brani del cd per costruire una storia, liberamente ispirata a Tu boca, che mentre scrivevo girava in loop nel mio iMac. Il risultato potete leggerlo qui.

***

Purtroppo - come avrà forse notato chi ha avuto la curiosità di cliccare sui vari link di cui è pieno il post -, nei siti in cui ci stanno mp3 scaricabili di Ultramarine, non c’è Tu boca. Dunque, per accompagnare questo post mi sono affidato al brano che dà il titolo all’album.

Postato da: almostblue58 a marzo 06, 2006 19:52 | link | commenti (24) |
storie, blog e blogger, ultramarine

giovedì, 02 febbraio 2006
Roma, Locanda Atlantide



Madame Lingerie


Wally's Gold



Strani Giorni


Madame Lingerie


Postato da: almostblue58 a febbraio 02, 2006 03:41 | link | commenti (2) |
concerti